Nuoto paralimpico

Il debutto del nuoto sulla scena paralimpica, avviene a Roma 1960. Da allora l’interesse del pubblico, il numero di atleti competitori e il livello tecnico è cresciuto in modo esponenziale: già a Sydney 2000 si contavano, tra gli iscritti alle competizioni, 352 uomini e 216 donne da 62 nazioni: gli spettatori, nei 9 giorni di gara, furono ben 200.000.

Fin dall’edizione di Roma 1960, il nuoto è stato uno degli sport principali dei Giochi Paralimpici. Analogamente alle Olimpiadi, gli sfidanti in gara si misurano nello Stile Libero, Farfalla, Rana, Dorso e gare miste. Questa disciplina, privilegiata in fase di riabilitazione post traumatica e parte imprescindibile dei percorsi di recupero in condizione di disabilità, è praticata da donne e uomini con disabilità fisica intellettiva o visiva.

Come per gli altri sport paralimpici, gli atleti sono classificati in base alle loro abilità residue, alle capacità funzionali.

Governa il nuoto l’International Paralympic Committee, con il coordinamento del Comitato Tecnico Nuoto che a sua volta incorpora i regolamenti FINA (Federazione Internazionale Nuoto).

Le regole fissate dalla FINA sono modificate leggermente, per adattarsi agli atleti con disabilità: sia con piattaforme optional che con partenze in acqua o segnali sonori per nuotatori ciechi o disabili visivi sia al momento della virata che all’arrivo.

Non sono consentiti, in acqua, dispositivi come protesi o supporti vari.

La tenuta consentita, per i nuotatori, consta, esclusivamente, di un costume da bagno, cuffia e occhialini. Sono vietati dispositivi che aiutino la resistenza, il galleggiamento o la velocità del gesto atletico.

Ai Giochi Paralimpici, si utilizza una piscina standard (50m x 8 corsie) e la gara consiste in batterie preliminari eliminatorie, per individuare gli otto migliori che accedano alle finali. La partenza dei nuotatori può avvenire in modi differenti, a seconda della disabilità: classicamente in piedi, seduti a fianco del trampolino o, appunto, in acqua. 

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