Le classificazioni funzionali nello sport paralimpico

Le classificazioni funzionali rappresentano un elemento fondamentale per lo sport paralimpico: danno la possibilità a tutti gli atleti di confrontarsi con avversari di pari livello e di avere la stessa opportunità di gareggiare in una competizione più equa possibile.

Vengono determinate dall’IPC, International Paralympic Committee, sono definite per ogni sport e ne formano parte del regolamento stesso.

Si differenziano quindi a seconda della patologia, del grado di disabilità e delle funzionalità fisiche dell’atleta. All’interno di ogni categoria possono essere presenti vari livelli della stessa disabilità, ma con uguale profilo funzionale (ossia le reali capacità tecnico-tattiche dell’atleta) che ne permettono il confronto sportivo e la competizione.

I primi sistemi di classificazione erano basati sull’aspetto medico, considerando lo sport un’estensione del processo riabilitativo.

Con il passare degli anni lo sport paralimpico diventa un movimento con una sua identità, non più solo uno strumento riabilitativo. Da questo nasce l’esigenza di rendere le competizioni più eque possibili e di conseguenza viene messo in discussione il sistema di classificazione: i principali fattori che determinano la classe di appartenenza spostano l’attenzione su come l’impedimento della persona ha impatto sulla performance sportiva. Le prime visite di idoneità vennero fatte per le Paralimpiadi di Seul 1988 e nel 2007 l’IPC, International Paralympic Committee, approva due documenti ufficiali con lo scopo di portare coesione al sistema di classificazione. Vengono definiti i criteri di eleggibilità in base all’Impairment, ossia l’impatto che la disabilità ha sullo sport.

Ad oggi esistono 10 tipi di impedimento eleggibili per lo sport paralimpico, suddivisi in tre grandi gruppi:

  • Disabilità motorie, che comprendono gli impedimenti neuromuscoloscheletrici:
    • diminuzione della forza;
    • diminuzione del range di movimento;
    • deficienza degli arti, ossia le amputazioni;
    • differente lunghezza degli arti;
    • ipertonia, ossia anomali aumenti della tensione muscolare e una ridotta capità nell’allungare il muscolo.
    • atassia, ossia la mancanza di coordinazione nei movimenti;
    • atetosi, ossia movimenti incontrollati con difficoltà a mantenere una postura stabile;
    • bassa statura, ossia il nanismo
  • Disabilità visive
  • Disabilità intellettive

Le categorie paralimpiche moderne, attuate in qualsiasi manifestazione sportiva nazionale ed internazionale, sono evidenziate con una sigla composta da una lettera e due numeri: la lettera indica il tipo di sport, il primo numero indica la disabilità ed il secondo stabilisce il tipo di impedimento.

La nostra portabandiera Martina Caironi, ad esempio, gareggia nella categoria T42: dove “T” significa Track (Pista di Atletica), “4” sta per amputazione e “2” indica che l’amputazione è sopra al ginocchio.

Ogni sport ha quindi un proprio sistema di classificazione diversificato. Per quanto riguarda la disabilità visiva e quella intellettiva le categorie paralimpiche seguono criteri a sé stanti.

Le classificazioni paralimpiche generali per la disabilità visiva sono divise in tre gruppi:

  • B1: atleti con bassissima o assente percezione visiva della luce in entrambi gli occhi
  • B2: atleti con bassa percezione visiva, con capacità di riconoscere oggetti o contorni,
  • B3: atleti con la più alta acuità visiva e/o un campo visivo di meno rispetto al raggio di 20 gradi.

Per quanto riguarda la disabilità intellettiva, le categorie paralimpiche non seguono le regole finora descritte ma, piuttosto, un criterio definito “Eleggibilità” e inoltre, per favorire una competizione alla pari, la distinzione non viene fatta in base al grado della disabilità ma solo a livello sportivo-agonistico.

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